
Modulo 2 Percorso di Formazione Aurlindin
L'approccio al morente
La conoscenza di sé
Prima di approcciarsi agli altri, qualunque essi siano, ognuno deve approcciarsi a se stesso. Ogni persona infatti ha una sua identità personale ed un modo proprio di reagire al mondo che lo circonda. Il più delle volte non si riesce a definire o separare quelli che sono gli aspetti professionali e personali del sé.
Il mio sé personale probabilmente ha avuto qualche influsso sulla mia scelta di lavorare come volontario, per questa tematica precisa.
Il mio sé professionale, avrà probabilmente qualche influenza sul modo in cui io considero determinati problemi personali e ciò che io decido di fare per la loro soluzione.
I malati non rispondono soltanto alla presentazione professionale del sé dell'operatore ma anche a tutti quei fattori collegati alla classe sociale di provenienza, agli atteggiamenti percepiti, alle qualità del calore umano, di compassione, di sensibilità e cosi via.
È un errore ritenere che dal momento in cui i volontari ricevono una formale preparazione essi verranno percepiti tutti allo stesso modo in cui operano, quale sia la loro formazione verranno percepiti tutti allo stesso modo da diversi tipi di utenti.
Uno dei punti chiave è quando il malato, o la famiglia del malato percepiscono nel volontario come simile a loro stessi nelle prospettive e nelle preferenze di stile di vita.
I vantaggi dell'armonizzare i malati e i volontari secondo le caratteristiche del primo o del secondo è molto importante. (formare delle coppie tra di noi).
Essere abile, saperci fare per un volontario significa non solo sapere cosa fare, ma come farlo e soprattutto essere attento al modo in cui l'ammalato lo percepisce e saper comprendere se l'utente lo consideri o meno un accettabile fonte di aiuto.
Il modo in cui il malato ci vede dipende da vari fattori, tra cui se pensa di ottenere l'aiuto richiesto, se si fida dell'operatore, quale è il modo di comportarsi dell'operatore.
Cercherà addirittura l'unione in relazione alla presenza o meno di una base comune per la comprensione reciproca, le differenze e le somiglianze tra le loro visioni del mondo.
Il secondo importante aspetto della conoscenza del sé riguarda direttamente la reazione del sé professionale e personale al morire e ai lutti.
(esempio un'insegnante di nuoto che ha paura dell'acqua o di annegare)
Una professione come questa smuove tantissime emozioni e bisogna essere pronti a riceverle. Delirio di onnipotenza.
1. Condizioni: Una di queste può essere la rabbia per l'ingiustizia sociale per le difficoltà che si vedono in chi si aiuta. L'importante però è l'azione costruttiva perché il resto non serve assolutamente a nulla.
2. Ingiustizie: la morte di un bambino, o di una giovane madre, malattie inguaribili. Sentirsi depressi, inutili, disperati.
3. Domande: cosa vuol dire tutto ciò? Perché a me? Cosa rispondere e perché!
Prevedere, accettare e controllare queste forti reazioni emozionali implica un'adeguata maturazione della conoscenza di sé. (lavoro personale)
Di fronte alla morte siamo tutti vulnerabili ognuno nel suo lato debole.
Se noi abbiamo già sperimentato ciò che giunge a noi, tutto avrà la tendenza ad affiorare.
La conoscenza di sé richiede perciò che i volontari siano capaci di comprendere ciò che questa situazione significa per il malato, e non solo ciò che astrattamente la morte significa per lui o in rispecchiamento del suo vissuto.
Il contesto
Prendiamo in esame la situazione in ospedale, di un malato terminale.
Le situazioni sono molto varie.
Vi sono pazienti in grado di ritornare a casa per un determinato tempo e altri invece che devono stare ricoverati perché la malattia ha raggiunto un tale stadio che la famiglia non è più in grado di farvi fronte. Ci sono casi in cui la famiglia o la stessa persona preferiscono andare a casa a morire.
In alcuni casi il trattamento curativo della malattia a questo punto è di solito abbandonato anche se possono essere fatti degli esami per vedere l'avanzamento della malattia e possono essere somministrati dei medicamenti per lenire il dolore.
Una diagnosi di questo genere può essere formulata diversi mesi prima della data supposta della morta ed è spesso difficile prevedere esattamente quanto tempo rimane da vivere.
Ogni volontario deve fare attenzione al contesto in cui l'intervento si esplica.
1) Contesto organizzativo: il funzionamento e l'efficienza di un ospedale dipendono dall'applicazione di certi principi accettati e condivisi. Ci deve essere una routine precisa: visitati, trattati, nutriti, lavati, ricevere visite senza interruzioni o eventi inattesi. Ognuno ha il suo ruolo anche il malato e la famiglia e tutti dovrebbero svolgere solo il loro.
2) Contesto professionale: su cosa si aspettano da noi e sui nostri compiti. A chi è permesso svelare certi tipi di informazioni che concernono la diagnosi e la prognosi. Occorre creare un vero e proprio discorso di equipe. Diagnosi > definizione di una malattia prognosi > giudizio clinico sull'evoluzione futura della malattia.
3) Problema dei valori: il medico può imporre il loro sistema di valori; siccome è impossibile decidere quali pazienti possono far fronte alle conoscenze sulla loro malattia terminale questa informazione viene nascosta a tutti. L'andamento armonico del reparto verrebbe sconvolto se i pazienti fossero preoccupati da discorsi circa l'avvicinarsi della morte. Un paziente angosciato può turbare anche gli altri.
4) La nostra figura: come siamo visti? Come sono definite le nostre responsabilità?
Dobbiamo sapere intervenire con modalità corretta.
1) analizzando l'ambiente in cui si trova ad operare in tutti i minimi dettagli e prendendo appunti. Chi è l'infermiera più efficiente, chi non ha voglia di fare niente. Il medico, chi passa ogni quanto, il mangiare ecc.
2) Cercare di partecipare ad incontri o corsi interni
3) Se noi sappiamo qualche cosa che al medico potrebbe servire dobbiamo dirglielo con il giusto modo.
4) Dovremmo garantire che ci sia una comunicazione efficace riguardo a ciò che il paziente richiede di sapere della sua condizione.
5) Dobbiamo essere disponibili
6) Connettersi con il lavoro degli altri.
La relazione con il paziente
Molto importante da ricordare è che ogni paziente è un mondo a se. Quindi il nostro lavoro è duplice e consiste nel trovare dati nella nostra preparazione, nelle nostre esperienze ma dobbiamo anche cancellare tutto, laddove rischiamo di far divenire un malato ad immagine di un altro o di una nostra situazione personale.
La relazione con il paziente dobbiamo identificarlo con il seguente processo:
il colloquio
Prima di tutto è molto importante la modalità. Nel momento in cui si svolge il primo colloquio è necessario aver definito con le infermiere o i familiari che nessuno deve giungere in quel momento durante la conversazione.
Poi è importante seguire le solite regole prime: OSA obiettivo, scopo ed azione.
Un aspetto importantissimo è la presentazione: chi sono io e perché sono qui da te.
l'inizio
se siamo stati chiamati per un motivo preciso o per una problematica è buona cosa iniziare da quella. È molto importante lasciare sempre una porta aperta nella conversazione. Noi non siamo quelli che giudicano e anche se sappiamo delle cose non dobbiamo portarle facendo cadere le risposte dall'alto ma dobbiamo lasciare che sia il paziente che dolcemente giunge alla risposta che tra l'altro è già presente in sé.
Importante l'abilità di ascoltare, di osservare e di saper intraprendere anche piccoli indizi che si presentano. (una situazione tra pazienti e infermiera o parenti).
Cosa dobbiamo comprendere? Se il paziente vuole sapere che sta per morire, se desidera o non desidera parlare di questo, se desidera fare programmi per il suo futuro. Il paziente deve essere libero di poter parlare liberamente di questi aspetti.
Occorre essere pronti e preparati a condividere con il paziente le problematiche. Non siamo e non dobbiamo sentirci superiori solo perché conosciamo la diagnosi e la prognosi.
I pazienti difficilmente capiscono le battute umoristiche, anzi quasi mai e si arrabbiano immediatamente.
Controllano tutto, come siete vestiti come apparite ecc. conoscenza reciproca.
La fase intermedia
significa indagare entrando nel problema vero e proprio.
Richiesta di aiuto su aspetti pratici
Richiesta di aiuto su aspetti morali e psicologici
Preoccupazioni nascoste da individuare
Primo caso il paziente non ci fa comprendere se sa o non sa il suo destino
Secondo caso il paziente ci fa comprendere il suo stato di destino
Terzo caso non sa ma ci inganna per sapere e noi cadiamo nel tranello
Di cosa vorrà parlare il paziente?
Perché a me?
Nessuno si prende cura di me?
Non è giusto?
Poteva succedere a qualcuno che ha avuto tutto dalla vita
Cosa si può andare ad intercettare?
- la collera e l'ira
- la paura e la disperazione
Come può reagire?
- riconoscendo la realtà del paziente
- agire da ponte tra paziente e famiglia o gli altri
- aiutare il paziente per reagire
situazione di risposta
- inopportuna
- esagerata
- falsa
Assistenza spirituale
Normalmente questa parte viene gestita dai preti. Spesso però non solo da persone laiche ma anche da persone credenti il prete è l'ultima persona che si vuole vedere perché?
Perché il prete in ospedale è sempre associato con la morte con il famoso uccello del malaugurio quindi una figura come la nostra che di fatto fa da ponte come il prete può venire maggiormente accettata.
L'utilizzazione dei gruppi
Il gruppo diviene fondamentale nel senso che chi seguirà per esempio la situazione al Redaelli dovrà formare un gruppo di condivisione.
il diario della condivisione
sarà necessario costituire un libro al quale tutto il gruppo può accedere e che dovrà essere tenuto aggiornato su tutto quanto accade e su tutto quanto viene espresso.
Approccio ai familiari
a) sostegno
b) elaborazione
l'approccio ai familiari durante la fase terminale
I familiari trovano difficoltà nell'uso della terminologia medica, nella non comprensione della comunicazione, nel non riuscire a porre domande e nelle aspettative confuse.
Dovete immaginare a delle persone che vengono a sapere quanto accadrà al loro caro e che non c'è più nulla da fare. Ovviamente c'è chi rifiuta la verità e c'è chi l'accetta avendolo già percepito o meno.
Normalmente non siamo noi che abbiamo comunicato la verità alla famiglia e di conseguenza noi ci troviamo alla famiglia che già sa.
Dovremo creare immediatamente un rapporto di calore affettivo e dovremo prenderci cura di loro in posizione separate dal malato stesso.
Giungono a noi con domande che ai medici non hanno il coraggio di formulare e noi dobbiamo essere pronti sulla situazione reale.
Domande dirette:
a) assistere il paziente a domicilio
b) rispondere alle domande del paziente come fare e cosa dire
c) come dire la verità nel caso ci siano bambini
d) come convivere con il lutto e la morte prima che questa sia giunta
Il lavoro in gruppo con i familiari.
In una famiglia ogni persona ha più ruoli e a seconda di come si è posizionati la malattia di uno o di un altro membro è differente. Dovremo prendere in considerazione quindi individualmente come ogni membro vivrà questo lutto e questa perdita.
L'approccio ai familiari dopo la morte
La realtà della vita quotidiana: i cambiamenti
Importanza dell'interazione sociale
Punti da evidenziare e vivere attraverso l'elaborazione:
- riconoscere la realtà della perdita
- accettare la realtà della perdita
- distaccarsi dalla persona defunta
- far fronte alla distruzione della realtà quotidiana e del suo significato
- intrecciare nuove relazioni e costruire nuovi significati
riconoscere la realtà della perdita
col passare del tempo le persone vicine si allontanano e riprendono la loro vita ma magari gli altri le persone in lutto non sono ancora pronte al distacco, quindi quando si inizia un discorso del genere occorre sapere che non si può gestire il proprio tempo.
i familiari possono avere un risentimento
-verso il morto
-verso gli altri che non capiscono
-verso Dio
-verso il mondo
-contro se stesso per non essere stato all'altezza per sensi di colpa ecc.
noi non possiamo permetterci di dimostrarci spaventati e non possiamo mantenere le distanze con i familiari ma dobbiamo usare le parole giuste e il modo giusto.
accettare la realtà della perdita
Il dolore e la modifica nel proprio vissuto nella propria quotidianità dipende dal fatto di quanto valore la persona assegnava lavoro a se stessa rispetto al defunto la sua individualità, le sue capacità le cose che faceva anche da solo.
Cosa dobbiamo fare ampliare il ricordo non solo il momento della malattia e della morte ma le cose belle condivise.
distaccarsi dalla persona defunta
la realtà della vita quotidiana si è frantumata
far fronte alla distruzione della realtà quotidiana e del suo significato
intrecciare nuove relazioni e costruire nuovi significati
operatività nostra:
- offrire un conforto umano e un sostegno basilare
- incoraggiare l'espressione di afflizione in riferimento ai particolari bisogni ed alla situazione dell'individuo interessato
- promuovere il processo di partecipazione al lutto
- accettare che, laddove sia possibile, questa attività di partecipazione al lutto sia effettuata dai familiari più stretti e dal sociale
Importantissimo creare l'aiuto a catena tra i familiari.
conoscenze sul morire
conoscenze sul lutto
teorie interpretative della morte e del lutto
Per ulteriori informazioni : www.aurlindinonlus.it
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